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Capitolo 9 | Disturbi dell’umore
Indice generale


Disturbi dell’umore

Vittorio Volterra
I disturbi dell’umore, siano essi di esaltazione o di depressione, possono essere, in certi casi, alla base di comportamenti dissociali di interesse psichiatrico-forense.
La maniaè uno stato di eccitamento caratterizzato da esaltazione dell’umore e dell’affettività, perdita del controllo critico, spiccato tachipsichismo ecc. La superficialità e la fuga delle idee, la vivacità della fantasia e l’incapacità di controllo fanno sì che tra pensiero e azione non vi sia riflessione; che le reazioni siano precipitose e disordinate, collegate soltanto all’intensità e alla natura degli stimoli interni ed esterni; che le idee si traducano immediatamente in comportamenti quasi sempre inadeguati, inopportuni o intempestivi; che gli istinti, specialmente quello sessuale, si disinibiscano e il contegno sia caratterizzato da disordine, logorrea e clamorosità.


Caso clinico


L.W., 28 anni, ragioniera impiegata presso un avvocato, timida, ha poche amicizie, non ha relazioni sentimentali e conduce una vita molto tranquilla. Al termine di una breve gita, nel corso di un weekend, diventa improvvisamente loquace, non vuole più andare a lavorare e scappa di casa. Viene ritrovata, in seguito a intensissime ricerche, dieci giorni dopo, confusa ed eccitata insieme a un gruppo di sbandati ‘punk-a-bestia’, con i quali convive in promiscuità sessuale, in condizioni desolanti di sporcizia, priva degli oggetti a lei cari, ricordi di famiglia (orologio, catenina, anelli ecc.). Ricoverata in una clinica psichiatrica per episodio maniacale, si cura con diligenza e riprende una vita normale, mantenendo un ricordo piuttosto vago dell’accaduto. Dopo sei anni, è sposata e madre di un bambino di tre anni. Si è sempre sottoposta, con diligenza, a controlli specialistici.


Il soggetto, affetto da disturbi esaltativi dell’umore, se commette reati (o ne è vittima) lo fa (o li subisce) soprattutto nella fase di ‘entrata’ nella malattia, quando cioè l’euforia e l’esaltazione a livello non estremo (ipomania) gli danno il convincimento patologico dell’annullamento dei limiti che la realtà e le situazioni impongono a ogni persona. Tra questi sono da annoverare le molestie, il turbamento della quiete pubblica, gli incidenti in auto o sul lavoro, il furto non finalizzato ma legato a spavalderia e superficialità, le iniziative sessuali improprie di cui può essere sia autore sia vittima provocatrice ecc. Importanza particolare va riconosciuta all’irritabilità e all’intolleranza verso contrasti e ostacoli o anche opposizioni di qualsiasi natura. I malati possono allora reagire in modo violento, esercitare arbitrariamente le proprie ragioni, aggredire, distruggere e incendiare, oppure minacciare, opporre resistenza o esercitare violenza nei confronti di pubblici ufficiali, passare all’ingiuria, alla violazione di domicilio, alla violenza privata, alle lesioni, ai ferimenti e talvolta, anche se raramente, all’omicidio. Queste forme di manie irritabili insorgono con improvvisi malumori durante i quali aumenta l’eccitamento psicomotorio, si consolidano gli atteggiamenti protestatari o di rivalsa e si scatenano combattività e aggressività. L’episodio maniacale è quindi definito da un periodo durante il quale vi è un umore abnormemente e persistentemente elevato, espansivo o irritabile, per lo più accompagnato da alcuni sintomi addizionali tra i quali un’autostima ipertrofica, un ridotto bisogno di sonno, logorrea, distraibilità, estrema agitazione psicomotoria, coinvolgimento in attività con alto rischio di conseguenze spiacevoli. L’eloquio è tipicamente pressante, clamoroso, rapido e difficile da interrompere. Gli individui possono parlare per ore senza riguardo per il desiderio di comunicare degli altri. I pensieri possono correre spesso più velocemente di quanto possano essere articolati. È presente, allora, una fuga delle idee evidenziata da un flusso quasi continuo di frasi accelerate, con bruschi cambiamenti di argomento. Quando la fuga delle idee è grave, l’eloquio può diventare disorganizzato e incoerente. È spesso presente un aumento della libido, delle fantasie e dei comportamenti sessuali, sovente del tutto disinibiti. Frequente è anche un aumento della socievolezza senza riguardo per la natura intrusiva, prepotente e pretenziosa di queste interazioni. L’espansività, l’ottimismo ingiustificato, la grandiosità e la mancanza di critica inducono a imprudenti eccessi nel comprare, a una guida spericolata, a investimenti avventati in affari e a comportamenti sessuali insoliti, anche se queste attività possono avere conseguenze spiacevoli.
Sempre molto limitata o del tutto assente è la capacità di controllo, introspettiva e predittiva. I principi etici possono essere trascurati anche da coloro che sono tipicamente molto coscienziosi. Il soggetto può diventare ostile, soprattutto se contraddetto, e arrivare a minacciare fisicamente gli altri.
Alcuni individui, specialmente quelli con manifestazioni psicotiche, possono diventare aggressivi, talora anche verso se stessi. Le conseguenze spiacevoli di un episodio maniacale non dovute agli effetti di una droga o ad abuso di sostanze spesso derivano dalla scarsa o nulla capacità di giudizio e dall’iperattività, e determinano una marcata compromissione del funzionamento sociale e lavorativo. Perciò è necessario proteggere l’individuo malato dalle conseguenze di azioni che possono essere dannose per sé e per gli altri, o di pubblico scandalo. Gli individui che presentano un episodio maniacale frequentemente non riconoscono di essere malati, non accettano alcuna limitazione e oppongono resistenza al trattamento, per cui spesso si deve ricorrere al TSO.


Caso clinico


M.D.L., 49 anni, impiegato comunale. Un giorno, a inizio primavera 2004, entra nei locali della portineria del palazzo comunale, in quel momento occupati da tre centraliniste e da un obiettore di coscienza, inveendo e urlando frasi sconnesse riferite alla guerra tra gli Stati Uniti e l’Iraq e alla sua volontà di correre in aiuto del popolo iracheno. Avvicinatosi a una delle centraliniste, non vedente, le palpeggia il seno e la regione genitale nonostante la donna cerchi di allontanarlo gridando e dibattendosi, pensando che sia ubriaco. Dopo di che l’uomo sale sul davanzale della finestra minacciando di buttarsi nel vuoto e continuando a profferire slogan inneggianti l’esercito iracheno. Infine, rinunciando agli asseriti propositi suicidari, si getta addosso a una collega della precedente vittima, palpeggiando anch’essa furiosamente. Solo allora le centraliniste, gridando e con l’aiuto di altro personale intervenuto in soccorso, riescono ad allontanare M.D.L., che fugge, in stato di forte eccitamento. Ripreso poco dopo, a seguito della constatazione di condizioni psichiche molto alterate, viene ricoverato in un servizio psichiatrico con un TSO. Rimessosi dopo alcuni giorni di cura, ammette di aver commesso i fatti di cui è imputato in una condizione di esaltazione, avendo degli stessi un ricordo alquanto sfumato. Rammenta di aver trascorso le settimane precedenti sostanzialmente insonne (aveva dormito non più di due ore per notte) e in stato di costante e angosciosa preoccupazione per l’imminente guerra in Iraq. Pochi giorni prima si sarebbe presentato al proprio diretto superiore chiedendo un periodo di aspettativa per combattere a fianco degli iracheni contro gli invasori americani. Impegnato nelle frequenti manifestazioni antibelliche che in quei giorni si susseguivano, dichiara di aver vissuto con eccessiva partecipazione quel periodo, spendendo molto denaro per acquistare libri di storia e cultura musulmana.
La mattina del fatto, dopo aver bevuto del whisky in un bar vicino all’ufficio, ricorda di essersi recato al lavoro e di essere entrato nei locali occupati dalle centraliniste, con le quali era in rapporti amichevoli.
Da qui in avanti i ricordi gli appaiono confusi e dice di averli ricostruiti, almeno in parte, sulla base di quanto successivamente appreso nel corso degli interrogatori. Rammenta in effetti di «aver messo le mani addosso» a una signora e di «aver farneticato qualcosa sulla guerra in Iraq», mentre non ricorda affatto di aver minacciato il suicidio. Sottolinea di «essersi trovato a fare quelle cose» e di non averle pianificate o preventivate, in una sorta di assoluta perdita del controllo. In base alle indagini anamnestiche, si apprende che M.D.L. presenta, fin dall’età di 22 anni, un quadro clinico riconducibile a un disturbo bipolare dell’umore, talora aggravato da inquinamento delirante, con prevalenti episodi di tipo maniacale di rilevante entità, in ragione dei quali è stato sottoposto a numerosi ricoveri in reparti psichiatrici e ha effettuato terapie con farmaci psicotropi ed equilibratori del tono dell’umore, sottoponendosi a saltuari controlli presso gli ambulatori del Dipartimento di salute mentale della locale ASL.
La condotta del soggetto, in riferimento ai fatti di causa a lui ascritti, è quindi apparsa imputabile a un episodio di eccitamento maniacale caratterizzato da euforia, insonnia, agitazione psicomotoria, discontrollo degli impulsi, affievolimento del senso etico, con conseguenti comportamenti incongrui e stolidi. Attualmente riequilibrato, pentito, dispiaciuto e amareggiato per quanto commesso, M.D.L. appare critico nei confronti dei gesti compiuti. I reati sono stati attribuiti a un episodio maniacale caratterizzato da una sintomatologia nella quale spiccavano l’eccitamento euforico, l’agitazione psicomotoria, la logorrea, i disturbi formali del pensiero, l’allentamento dei nessi associativi, l’iperattività motoria e i disturbi dal contenuto ideico con aspetti megalomanici congrui al tono dell’umore. A questi sintomi si è associata una marcata riduzione della capacità critica e di valutazione etica, tale da estinguere totalmente la capacità di intendere e di volere del soggetto. Lo stato d’intossicazione alcolica concomitante, del tutto occasionale, sembra aver favorito un’ulteriore riduzione dell’autocontrollo da parte del soggetto che, in ultima analisi, è stato giudicato, nella CTU, totalmente privo della capacità di comprendere il disvalore delle azioni e di autodeterminarsi al momento dei fatti e, quindi, non imputabile. Sebbene poi non gli sia stata riconosciuta una pericolosità sociale per malattia mentale, gli sono stati ‘ordinati’ frequenti controlli periodici presso il servizio psichiatrico del territorio.


Talora, la diminuita capacità di analisi e di critica, la megalomania e l’ottimismo infondato spingono il maniaco a imprese dissennate e ad affari rovinosi (atti di compravendita, donazioni, investimenti patrimoniali), per cui può essere anche vittima di circonvenzione. Da un punto di vista psichiatrico-forense, di particolare interesse sono le situazioni di ‘prodigalità’ (prevista dall’art. 415 c.c., ai fini dell’inabilitazione o dell’assegnazione di un a.d.s.) quando queste persone «espongono s»; ciò si riferisce a un agire già espletato che non di meno comporta un giudizio prognostico negativo, trattandosi della previsione per l’avvenire di un tale comportamento, con conseguenze dannose derivanti dallo stesso.


Caso clinico


R.F., 26 anni. Figlio unico di una ricca famiglia proprietaria di terreni e palazzi, finisce il liceo classico con fatica e si iscrive alla facoltà di giurisprudenza, dando in dieci anni pochissimi esami. Amante della bella vita e dei divertimenti, rimasto orfano di padre a 22 anni, da sempre ha a disposizione una grande quantità di denaro. Passa molto tempo in discoteca, talora eccedendo nell’uso di alcol e di hashish, in compagnia di ragazze vistose e di attricette, con cui stabilisce rapporti superficiali e poco duraturi. Poco prima del suo compleanno, a 25 anni, entra in uno stato di eccitamento euforico e a metà giugno per una festa affitta a cifre iperboliche il locale più‘in’ di St. Tropez, invitando 300 persone, tra cui molti nomi famosi del cinema e del mondo dello spettacolo cui paga viaggio (anche con aerei privati) e soggiorno ed elargisce un consistente gettone di presenza, arricchito da regali favolosi ad alcune star. La festa va avanti dalle 22 all’alba, ma per lui sembra non finire, dato che continua a cantare, ballare, gridare ecc., divenendo però invadente con gli ospiti e facendo proposte volgari e oscene alle donne presenti. Ai camerieri che tentano di frenarlo regala assegni da 10 milioni. Alla fine prende la Porsche decappottabile che ha comprato qualche giorno prima e si butta nelle acque del porto. Ripescato, tenta di impossessarsi di altre auto non sue per gettarle in mare. Fermato dai presenti, viene catturato dalla polizia che lo porta in una casa di cura psichiatrica, dove rimane una quarantina di giorni per grave ‘stato maniacale’. Viene accertato che in dieci giorni ha emesso una quantità enorme di assegni, la maggior parte scoperti, e ha buttato via circa 5 miliardi di lire (siamo nel 1995) tra feste, spese varie e acquisti di ogni tipo. La madre riesce a tacitare le banche e a pagare tutti i debitori, evitandogli ogni conseguenza penale, ma ciò a costo della vendita di un palazzo e di due tenute. Per tale motivo richiede l’inabilitazione del figlio, che già in passato aveva fatto ingenti debiti di gioco, ottenendola senza difficoltà.


Il suicidio del depresso suscita un interesse psichiatrico-forense sotto il profilo della prevedibilità e della prevenzione (peraltro difficili, se non impossibili), come eventuale responsabilità professionale di omissione di soccorso in situazioni in cui non si è adeguatamente diagnosticata la gravità della malattia né si sono somministrate terapie idonee, il rischio autosoppressivo è stato sottovalutato e non si è provveduto al ricovero, nonostante le insistenze dell’interessato e dei familiari.
Più raramente, approfittando di una situazione favorevole, il maniaco può compiere reati di truffa, facilitati dalla brillantezza ideativa, dall’energia volitiva, dalla carica dinamica e dalla capacità di colpire l’attenzione e la fantasia altrui.


Caso clinico


G.B., 32 anni, commercialista, figlio unico di un magistrato e di una professoressa di italiano, con pregressi episodi bipolari, senza apparente motivo abbandona lo studio cui è associato e comincia a viaggiare. Dotato di intelligenza vivace e di eccellenti capacità persuasive, riesce a vendere a prezzi elevati un’area portuale non di sua proprietà, di un importante scalo italiano, convincendo alcuni industriali a fare questo investimento con l’assicurazione che una famosa multinazionale automobilistica avrebbe impiantato lì un’enorme fabbrica. Fuggito in Africa con un’ingentissima somma di denaro, convince il governo di uno Stato nord-occidentale a creare una linea aerea con gli USA e cinque villaggi turistici per attirare una ricca clientela americana. Scoperta la truffa, riesce a fuggire in un Paese limitrofo, ma viene arrestato a seguito di un mandato di cattura internazionale e tradotto in Italia. Essendogli state riscontrate gravi condizioni di eccitamento maniacale, con idee deliranti megalomaniche e mancanza assoluta di critica per l’arresto e le misure di detenzione, il magistrato inquirente ordina una perizia psichiatrica. Prima dell’inizio delle operazioni, viene trovato impiccato in cella.


La coppia euforia-eccitamento e la coppia depressione-inibizione possono scindersi; quando ciò avviene, possono realizzarsi quelle forme morbose denominate stati misti, tra i quali i più frequenti sono la melanconia ansiosa o agitata, lo stupore maniaco, lo stupore melanconico e la depressione con fuga delle idee, anch’essi talora implicati in psichiatria forense.
In persone, invece, affette da depressione, esistono situazioni molto differenti, tra le quali bisogna considerare a parte quelle derivate da conflittualità o frustrazioni reali, che spesso è arduo distinguere da quelle francamente patologiche, e che generano e alimentano risentimenti, invidia, gelosia e rancore realistici e non deliranti, anche se intensamente e non obiettivamente partecipati. In queste forme reattive, in cui esiste un evento di notevole significato emotivo o è presente una patologia di tipo conflittuale, e in cui il decorso dipende dal perdurare delle situazioni stressanti, il contatto e il rapporto con la realtà e gli altri risultano mantenuti, anche se condizionati dall’orientamento depressivo dell’umore.
Di diverso peso clinico e psichiatrico-forense risultano, invece, le manifestazioni ansiose e deliranti della depressone maggiore accompagnate da insonnia, isolamento, rifiuto del cibo, ripiegamento su se stessi, e caratterizzate da disturbi ideativi ipocondriaci, di colpa e di rovina. Nei soggetti che ne sono affetti, frequente è la ricerca della morte, estrema forma di uscita da un’esistenza che per il depresso ha ormai perduto ogni significato; ricerca che può avvenire dopo una lunga premeditazione, o nel corso di un raptus, o di una bouffée ansiosa.
In alcuni casi può capitare che il soggetto, per darsi la morte, compia azioni pericolose (incendi, esplosioni ecc.) che coinvolgono altre persone, magari poi sopravvivendo e quindi divenendo responsabile di omicidio colposo.


Caso clinico


F.S., 66 anni, ferroviere in pensione da sei anni e vedovo da quattro, vive solo, dopo che l’unico figlio si è trasferito trent’anni prima in Australia. Ha poche amicizie che frequenta in un circolo di anziani. Da circa nove anni soffre di crisi depressive ricorrenti, a causa delle quali è seguito da specialisti del servizio d’igiene mentale. In una notte d’inverno, apre il gas per uccidersi e si stende sul letto attendendo la morte. Per cause imprecisate, uno scoppio distrugge la palazzina dove abita. A seguito di ciò, si ferisce gravemente, ma nel contempo due persone, abitanti nell’appartamento sovrastante, muoiono. Ripresosi dall’incidente, viene processato e condannato per omicidio colposo, anche se con il riconoscimento della seminfermità mentale.


Nell’ambito della depressione, dal punto di vista medico-legale interessano soprattutto alcune forme di suicidio allargato. Il termine è stato introdotto da , riservandolo a quei casi in cui il suicidio è il motivo primario e l’uccisione dei familiari avviene per non lasciarli sopravvivere senza aiuto in una situazione ritenuta disperata. Si tratta di un delitto di natura ‘altruistica’ legato, nella mente del depresso, a un proposito di ‘difendere’ i propri familiari sottraendoli, con la morte, a un destino di privazioni, miserie, disagi, umiliazioni, rinunce, persecuzioni. È un estremo atto d’amore compiuto quasi sempre da un genitore che uccide le persone amate, con lo scopo di risparmiare alle vittime una vita di stenti e di malattie e di proteggerle, con la morte, da un futuro di angustie, sofferenze e infelicità, di cui il malato spesso si sente responsabile (delirio di colpa e di rovina). Per lo più, vengono uccisi i figli ancora piccoli, appunto perché ritenuti meno idonei ad affrontare da soli le presunte avversità. Le idee deliranti di colpa e di rovina universale possono spingere allora questi malati a vere e proprie stragi, non risparmiando nemmeno il coniuge. A ciò segue, di solito, il loro suicidio. In questi casi, anche se vi sono stati premeditazione dell’atto e apprestamento dei mezzi, esiste in genere compatibilità tra premeditazione e vizio di mente, dato che nella fattispecie la premeditazione viene ‘assorbita’ dalla patologia mentale, analogamente a ciò che capita nel delirio di persecuzione in circostanze analoghe.


Caso clinico


A.S., 46 anni. Il padre, ormai deceduto, è stato ricoverato dieci anni prima in un reparto psichiatrico con un TSO, per una crisi depressiva, poi rapidamente guarita. Dai 16 anni ha lavorato come muratore e da più di vent’anni ha una piccola impresa edile che, a suo avviso, ha sempre suscitato l’invidia dei paesani. Ha inoltre aiutato il fratello a creare un complesso agrituristico accanto alla sua dimora, con un bar dove si reca quasi tutte le sere dopo cena, essendo abituato a coricarsi tardi e ad alzarsi presto. Non ha prestato servizio militare per cause imprecisate. Si è sposato a 22 anni con una donna apparentemente sana, casalinga, da cui ha avuto due figli, che al momento del fatto hanno 13 anni, la femmina, e 7 anni, il maschio, e sono in buona salute. A 36 anni A.S. ha avuto un episodio di aritmia non meglio definito, per cui si è curato con Ritmodan per alcuni mesi. È stato ricoverato presso il SPDC nel 2002, e dimesso con diagnosi di bouffée delirante dopo un ASO voluto dal medico di base. Il quadro clinico, a rapida insorgenza (10-15 giorni), risoltosi dopo una settimana di ricovero, comprendeva depressione, ideazione delirante a carattere persecutorio, di veneficio, di morte e di rovina e, pare, allucinazioni uditive offensive e derisorie. In fase risolutiva ha avuto un’elevazione del tono dell’umore. Dimesso con terapia di neurolettici e ansiolitici, si è sempre fatto seguire regolarmente da una psichiatra del Dipartimento di salute mentale, andando alle visite accompagnato dalla moglie, tenendo contatti telefonici e facendo regolarmente la terapia dalla quale ha ricavato un sostanziale beneficio e un apparente totale compenso. La cura è stata perciò gradualmente ridotta fino a concludersi all’inizio del 2004. Visitato un mese dopo, mostrava ancora un buon compenso. Successivamente, avvertendo uno stato di generico disagio e di tensione, non comunicato alla psichiatra curante, riprendeva autonomamente l’assunzione di un ansiolitico a bassa posologia. Una notte, nell’aprile 2004, rientrato a casa verso mezzanotte, dopo aver incontrato varie persone (tra le quali il fratello), che non avevano notato nulla di anomalo, viene colto da grave angoscia e scende in cantina per armarsi di fucile. Alla moglie che, svegliatasi, lo raggiunge e avendolo visto turbato cerca di tranquillizzarlo, dice di aver udito rumori sospetti intorno alla casa. L’atteggiamento sdrammatizzante della consorte però non lo calma, tanto che, poco dopo, spara alla donna alle spalle e poi ai figli addormentati, uccidendoli. Infine tenta invano il suicidio sparandosi tre colpi. Ripresosi discretamente, dopo una decina di interventi chirurgici, appare gravemente depresso. Scoppia spesso a piangere quando deve rievocare al consulente tecnico di ufficio i fatti di causa, anche se cerca di controllare le sue emozioni, affermando con forza di essere stato completamente ‘fuori di testa’ quando ha fatto ciò che ha fatto, non essendovi nessuna giustificazione per lo sterminio della famiglia, che tanto amava, dato che con la moglie andava pienamente d’accordo e i figli, ai quali era legatissimo, erano buoni e bravi. Racconta con estrema lucidità e con precisi particolari quanto accaduto, dicendo che tutto è successo quasi improvvisamente, dopo due giorni di angoscia, durante i quali si era sentito improvvisamente diverso e perplesso, incapace di affrontare quella che avvertiva come una situazione drammatica di rovina personale (mentre in realtà gli affari della piccola impresa andavano bene), e l’idea di avere una famiglia ‘declassata’, assolutamente non più in grado di affrontare la vita, per cui sarebbe divenuta oggetto di rifiuto e di ripudio da parte di tutte le persone che avrebbero potuto farle del male. Per questo, molto turbato, la notte del delitto, dopo essere stato nel locale gestito dal fratello, rientrato in casa, era andato a prendere in cantina il fucile che possedeva per andare a caccia (da qualche anno non più usato, anche se aveva recentemente rinnovato il porto d’armi). Alla moglie che si era destata per il rumore e che l’aveva raggiunto in cucina, diceva che si era armato in quanto aveva sentito strani rumori sul tetto e aveva visto dei brutti ceffi intorno alla casa. In realtà meditava già di compiere la strage che poi avrebbe fatto, tanto è vero che, appena la donna gli ha voltato le spalle, ha sparato prima a lei, poi ai due figli che dormivano profondamente e infine contro se stesso, per farla finita insieme ai suoi cari, cosa che, purtroppo, non si è avverata. Ora, stando meglio, si rende conto di aver fatto una cosa orribile, di essere un povero disgraziato, e di non avere più speranza. Ancora una volta ripete piangendo che ciòè avvenuto perché in quel momento non capiva nulla. Nega con decisione di aver mai sentito voci in testa e di essere stato spinto alla strage da influenzamenti esterni. Considerato non imputabile per incapacità totale d’intendere e di volere al momento del fatto, gli è stata riconosciuta la pericolosità sociale, per cui, non appena ultimati gli ulteriori interventi chirurgici di plastica facciale e intestinale, è stato ricoverato in un OPG.


Talora vi è un’anestesia psichica ed emotiva dopo fatti di questo tipo, se compiuti con freddezza dopo una lunga premeditazione delirante. Quando invece il reato avviene per un raptus, o per un improvviso scompenso psicotico, spesso con il riordino dello stato di coscienza, il rendersi conto di quanto commesso può scatenare nel malato reazioni emotive intense e drammatiche. sottolinea che, nel corso dell’accesso di malinconia, come per un automatismo, senza alcun controllo della critica o inibizione, in uno stato affettivo di estrema tensione angosciosa, il soggetto può compiere atti anche di estrema violenza, con conseguenze gravissime. Egli cioè segue una direttiva intenzionale, ma questa, anche se risponde a una sua idea formulata prima, non ha le caratteristiche dell’azione volontaria meditata, ma piuttosto quelle dell’impulsività esplosiva di un raptus, molte volte, come si è riportato, sfociante in un omicidio pietatis causa, e poi in un suicidio, che possono essere eseguiti sotto forma di strage di tutta la famiglia con i mezzi più atroci.
Nell’ambito dei suicidi-omicidi allargati, meritano un cenno quelli collettivi, verificatisi soprattutto negli ultimi tempi tra gli appartenenti ad alcune sette religiose. In questi casi, in genere, i disturbi dell’umore non c’entrano, ma ci si trova quasi sempre di fronte all’esito di ‘follie indotte’ su persone fragili e dipendenti, immature o deboli di mente, da un capo carismatico, una specie di ‘guru’ con una personalità paranoica o psicotico, il quale, per lo più, si uccide insieme ai suoi seguaci, rimanendo vittima dei suoi stessi deliri religiosi e/o preda delle sue allucinazioni.
Talora, invece, anche se infrequentemente, i depressi, nei quali emergono con più evidenza, sul piano motivazionale, tematiche deliranti vittimistico-persecutorie, di riferimento, di gelosia, di vendetta, di rancore, e ossessionanti vissuti di inquietudine, isolamento, solitudine, difesa, risentimento con proiezioni che svolgono un’importante funzione nel passaggio all’atto e possono avere un ruolo patoplastico nella premeditazione dell’evento delittuoso, possono commettere atti violenti contro persone che associano alle proprie colpe, o ritengono in qualche modo causa o responsabili delle azioni che si rimproverano, o delle sofferenze che patiscono. L’associazione tra ostilità e disperazione sembra, dunque, costituire un motivo significativo nella criminogenesi e nella criminodinamica dei reati del depresso. Talora crisi di disperazione possono originare all’improvviso stati di agitazione furiosa, impulsi, tendenze a distruggere e a uccidere, che possono estrinsecarsi anche contro la prima persona che capita e per lo più in modo atroce. Per questi delitti apparentemente immotivati i soggetti appaiono talora indifferenti circa il luogo, i mezzi e gli eventuali testimoni del loro atto. Ciò non toglie che dopo il fatto, che può avvenire in uno stato confuso-onirico, cui segue un ricordo frammentario oppure un’amnesia totale dell’accaduto (raptus melancholicus), provino orrore, rimorso, si denuncino o si uccidano. Molto raramente può succedere che il melanconico che desidera morire, ma non ha il coraggio di farla finita, cerchi di raggiungere il suo fine indirettamente, compiendo un crimine di particolare gravità nella speranza poi di essere punito con la morte (suicidio indiretto).
Una dinamica particolare è quella in base alla quale il depresso, terrorizzato dalle sue convinzioni deliranti, quali, per esempio, quelle riguardanti l’esistenza di un complotto di potenti forze coalizzatesi per ucciderlo, essendosi egli macchiato di colpe terribili, commette un delitto al fine di essere arrestato e sottrarsi, attraverso la detenzione carceraria, al rischio della morte che è convinto incomba inesorabilmente sul suo capo ( ). La rilevanza clinica e psichiatrico-forense di questi quadri diverge molto a seconda dell’agire e delle circostanze. Mentre si può ammettere il vizio totale di mente nei soggetti autori di reati connessi a disturbi affettivi maggiori (forme maniaco-depressive, uni- o bipolari), è discutibile che quelli commessi nel corso di disturbi distimici da personalità depressive, o durante reazioni abnormi semplici, assumano ‘valore di malattia’ in senso medico-legale e possano fruire dell’applicazione degli artt. 88 e 89 c.p. Quantità, qualità, durata e decorso del disturbo dell’umore ed entità e vastità della compromissione dell’esistenza del soggetto da parte della malattia sono i criteri ai quali attenersi per una corretta valutazione diagnostica e medico-legale, che deve sempre accertare il valore, o meno, di un ‘sintomo’ del fatto reato ( ).




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